Inpgi: il Fondo Immobiliare nasce per garantire bilancio e prestazioni. E per salvare la nostra autonomia

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La decisione di trasferire il patrimonio immobiliare dell’Inpgi in un Fondo ha creato, nonostante una diffusa e lunga campagna di informazione da parte del nostro ente previdenziale, qualche preoccupazione fra i giornalisti. Ed è per questo motivo che ritengo più che giusto chiarire qualsiasi dubbio. Mi rivolgo pertanto a chi vuole ascoltare davvero, tralasciando chi fa polemica per mestiere o peggio strumentalmente.

di Claudio Scarinzi – Consigliere d’amministrazione Inpgi

Sono costretto a dare qualche numero, evitando spero tecnicalità piuttosto complesse, ma l’argomento si spiega con la logica più che con i calcoli. L’Inpgi ha un patrimonio in case e palazzi valutato in bilancio poco meno di 700 milioni di euro, valore calcolato al 1997. Il reale valore al 2013, dopo ben 16 anni, e ora al 2014, è, crollo o non crollo dei prezzi, di oltre un miliardo e 200 milioni (è certificato da esperti indipendenti). Ecco il motivo, semplice e chiaro, del perché ne è stato deciso il trasferimento. In questa maniera sul piano civilistico e del bilancio i nostri conti rimangono in attivo per diversi anni – quelli necessari, tre-quattro, allo spostamento dei beni – e dal punto di vista attuariale miglioriamo la situazione e manteniamo un risultato che ci consente di rimanere un ente privato, che pur essendo sotto un comprensibile controllo pubblico, è autonomo (anche se sono anni che i governi tentano di minare questa autonomia, talvolta per semplice incompetenza, talvolta per un vero odio sociale nei confronti della categoria).

Per essere ancora più comprensibile: il valore del patrimonio aumenta considerevolmente nell’arco del tempo e ciò consente di avere per diverse gestioni un bilancio in nero, rispettando tutti i parametri che ci sono richiesti dalla legge e dagli organi di controllo. E migliora di molto anche il bilancio tecnico attuariale cioè la previsione della sostenibilità economica del nostro ente per un periodo futuro fino a 50 anni, come prevede lo stress test introdotto dal ministro Fornero. E rientriamo ancora di più nei parametri della normativa della privatizzazione che impongono 5 anni di prestazioni anche in assenza di entrate. Insomma salviamo l’indipendenza e l’autonomia dell’Inpgi.

Il Fondo è di proprietà al 100% dell’istituto e sono gli stessi uffici di sempre a gestire il tutto. Mi soffermo solo un attimo a spiegare che presidente e direttore generale fanno parte dei comitati tecnici consultivi dei comparti del Fondo, senza alcun emolumento, e che sono già stati conferiti per ora 12 complessi immobiliari di Roma per un valore complessivo di mercato di poco inferiore ai 180 milioni di euro. E che a favorire non poco la decisione del Fondo è stata forse l’unica norma a noi favorevole del Governo Monti: il trasferimento invece che una quarantina di milioni costa ora, con le nuove norme, solo 10 mila euro. E in otto anni dovremmo avere risparmi fiscali per una trentina di euro.

Ma qual è la ratio dell’intera manovra, o meglio qual è la necessità di farla al più presto? Non svelo un segreto nel dire che gli ultimi anni, a causa dell’enorme aumento dei pensionati e senza un adeguato numero di nuove assunzioni si è determinato uno sbilancio di circa 30 milioni all’anno fra le entrate e le uscite a cui se ne aggiungono un’altra trentina per i costi non coperti degli ammortizzatori sociali: gli istituti che consentono prepensionamenti e solidarietà. Il risultato sono una sessantina di milioni l’anno di passivo finora coperti dal rendimento del patrimonio mobiliare, gli investimenti finanziari. Problemi di bilancio che hanno mangiato la riforma pensionistica che ha portato tre punti percentuali in più da parte degli editori e un graduale aumento dell’età di quiescenza per le donne. Entrate e risparmi che sembravano averci messo al riparo di ogni pericolo.

Ma così non è perché la situazione sta ulteriormente degenerando. Ancora pochi numeri: non solo siamo a oltre 2.000 pensionati in più che diventeranno 2.500 nel 2014 (considerando un quinquennio). C’è anche una riduzione del reddito medio dei nuovi assunti: 18.500 euro nel 2013 a fronte di 24.500 nel 2008, circa 6 mila euro in meno. Anche se questo dato è in qualche modo ingannevole sarebbero necessarie 4.000-4.500 nuovi posti di lavoro per tornare al pareggio. Insomma era necessario intervenire e lo si è fatto in un modo che mi pare si possa dire intelligente. Attenzione però che se i conti tornano la cassa piange: gli immobili erano e sono sempre quelli. E quindi si naviga a vista.

Altro tema è quello delle vendite delle proprietà immobiliari. Da sempre Stampa Democratica ha spinto perché si vendano ai giornalisti a prezzi scontati (uno sconto buono, non una svendita) le case con l’obbiettivo di rinnovare il patrimonio investendo in immobili ad alta redditività con il solo scopo di garantire le prestazioni e il welfare di categoria. Si è quindi ingenerata in qualcuno una paura di essere buttati fuori di casa. Niente di tutto questo. Se si procederà in tal senso sarà nel rispetto di tutti i diritti e dei casi particolari (anziani, disabili, ecc).

Per chiarire però che anche il mercato immobiliare è in crisi si deve sapere che di una prima tranche di un centinaio di unità per circa 280 milioni messe in vendita già da tre anni sono stati ceduti otto alloggi e due negozi. Dati che fanno capire (anche se in questo caso lo sconto applicato è stato solo del 5%) che non si può certo parlare di vivacità del settore.

Quindi concludendo: il Fondo immobiliare, totalmente controllato e gestito dall’Inpgi, salva il nostro istituto: aumentando il valore patrimoniale, consentendo una trentina di milioni di risparmi fiscali in otto anni, e permettendo il rispetto di tutti i parametri di un bilancio solido e in attivo. E le proprietà immobiliari – l’analisi è in corso – verranno cedute secondo logica in maniera graduale e senza creare problemi a nessuno, anzi. L’obbiettivo è il solito: mantenere il controllo del nostro istituto e garantire prestazioni di alto livello in relazione al contesto socio-economico.